Siete degli sportivi professionisti ma anche degli amanti della cannabis? Già, avete letto bene: nonostante ciò che qualche vecchio bacchettone potrebbe pensare, le due cose non sono affatto in contraddizione. E anzi, se come in molti pensate che la cannabis possa servire a migliorare le vostre prestazioni sportive, dovete prima assicurarvi che non sia considerata illecita in caso di controlli antidoping. Il tema è davvero delicato, lo sappiamo…
Proprio per questo negli ultimi anni il dibattito si è intensificato: alcuni atleti hanno dichiarato pubblicamente di utilizzare cannabinoidi per favorire il recupero muscolare, ridurre l’ansia pre-gara o migliorare il sonno. Tuttavia, ciò che conta davvero non è la percezione personale, ma ciò che stabiliscono i regolamenti ufficiali. Ecco quindi una descrizione chiara e aggiornata di come usare i cannabinoidi in ambito sportivo: buona lettura!
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Agenzia Mondiale Antidoping e cannabinoidi
Storicamente, chi detta le linee guida più seguite dalle organizzazioni sportive professionistiche e nelle competizioni internazionali è l’Agenzia Mondiale Antidoping (in inglese World Anti-Doping Agency, ovvero WADA). Si tratta di una fondazione a partecipazione mista pubblico-privata, creata per volontà del Comitato Olimpico Internazionale il 10 novembre 1999 a Losanna, con lo scopo di coordinare la lotta contro il doping nello sport a livello globale.
La WADA stabilisce ogni anno una “Lista delle sostanze proibite”, aggiornata sulla base delle più recenti evidenze scientifiche e delle esigenze di tutela dell’integrità sportiva. I rappresentanti dell’agenzia provengono sia da governi nazionali sia da federazioni sportive internazionali, in modo da garantire un coordinamento globale e uniforme. Le attività più importanti dell’agenzia comprendono:
- ricerca in ambito scientifico
- sviluppo di protocolli di controllo antidoping
- aggiornamento costante delle regole
- formazione e prevenzione
Per quanto riguarda i cannabinoidi, la posizione è chiara ma spesso fraintesa. L’Agenzia Mondiale Antidoping proibisce tutti i cannabinoidi naturali e sintetici durante le competizioni, con l’esclusione del cannabidiolo (CBD). Questo significa che:
- THC (tetraidrocannabinolo) è vietato in competizione
- tutti i cannabinoidi sintetici sono vietati
- i composti che imitano gli effetti del THC sono vietati
- estratti contenenti THC sono vietati
Il divieto non riguarda esclusivamente l’assunzione diretta, ma anche eventuali tracce presenti in cibi, bevande o integratori contaminati. È importante sottolineare un punto fondamentale: la WADA vieta il THC in competizione, ma non necessariamente fuori competizione. Tuttavia, poiché il THC può rimanere nell’organismo per diversi giorni o settimane (a seconda della frequenza di utilizzo e della composizione corporea dell’atleta), il rischio di risultare positivi è concreto anche se l’assunzione è avvenuta tempo prima della gara. Il CBD è invece un caso a parte, che merita un approfondimento specifico.
CBD: accettato dall’Agenzia Mondiale del Doping
La buona notizia è che il cannabidiolo è effettivamente una sostanza non bannata dall’Agenzia Mondiale Antidoping. La decisione della WADA si basa su un principio chiave: il CBD non è psicoattivo, non altera lo stato di coscienza e non produce effetti euforizzanti. Inoltre, secondo le evidenze scientifiche attuali, non migliora direttamente la performance sportiva in modo artificiale, come fanno invece sostanze dopanti tradizionali (steroidi, stimolanti, EPO). Negli ultimi dieci anni la ricerca scientifica si è concentrata moltissimo sulle potenzialità terapeutiche del CBD, analizzandone effetti, sicurezza e controindicazioni. Studi clinici e ricerche precliniche hanno evidenziato proprietà:
- analgesiche
- antinfiammatorie
- miorilassanti
- ansiolitiche
- neuroprotettive
Queste caratteristiche rendono il CBD particolarmente interessante per gli atleti, soprattutto nella fase di recupero post-allenamento o post-gara.
Perché il CBD non è considerato doping?
Una sostanza viene inserita nella lista proibita della WADA se soddisfa almeno due di questi tre criteri:
- Migliora la performance sportiva in modo artificiale
- Rappresenta un rischio per la salute dell’atleta
- Viola lo spirito sportivo
Il CBD, allo stato attuale delle conoscenze, non soddisfa questi criteri in modo significativo. Non aumenta forza, resistenza o capacità polmonare. Non altera artificialmente la fisiologia dell’atleta per ottenere un vantaggio competitivo diretto. Agisce piuttosto come un integratore che favorisce equilibrio e recupero.
Molti atleti lo utilizzano per:
- ridurre dolori muscolari e articolari
- migliorare la qualità del sonno
- gestire l’ansia da competizione
- facilitare il recupero dopo traumi
Non migliora le prestazioni “pompando” il muscolo, ma può aiutare l’organismo a recuperare meglio dagli stress intensi dell’attività agonistica.
Attenzione: i rischi nascosti per gli atleti professionisti
Nonostante il via libera ufficiale al CBD, un atleta professionista deve comunque muoversi con estrema cautela.
1. Contaminazione da THC
Molti prodotti al CBD presenti sul mercato non sono completamente puri. Possono contenere tracce di THC, anche minime. Se la concentrazione supera la soglia consentita nei test antidoping, l’atleta rischia una squalifica. È quindi fondamentale:
- acquistare solo prodotti certificati
- richiedere analisi di laboratorio indipendenti
- preferire CBD isolato o prodotti garantiti “THC free”
La responsabilità in caso di positività è sempre dell’atleta, anche se l’assunzione è avvenuta in buona fede.
2. Legislazione nazionale
In alcuni Paesi il CBD è ancora classificato come sostanza illegale o soggetta a restrizioni severe. Questo significa che, pur essendo accettato dalla WADA, può essere vietato dalla legge locale. Se un atleta partecipa a competizioni internazionali, deve verificare la normativa del Paese ospitante. Portare con sé prodotti al CBD in uno Stato dove sono vietati può comportare problemi legali, indipendentemente dalle regole sportive.
3. Differenze tra federazioni
Sebbene la WADA sia il riferimento principale, alcune federazioni sportive possono adottare regolamenti più restrittivi. È quindi buona prassi consultare sempre il regolamento specifico della propria disciplina.
THC e performance sportiva: mito o realtà?
Un tema ricorrente riguarda l’idea che il THC possa migliorare alcune prestazioni, ad esempio:
- concentrazione
- creatività tattica
- gestione del dolore
Tuttavia, la letteratura scientifica non supporta in modo solido l’idea che il THC migliori le performance sportive in modo sistematico. Anzi, in molti casi può compromettere coordinazione, tempi di reazione e capacità decisionali. La sua inclusione nella lista delle sostanze proibite è legata anche a considerazioni etiche e di tutela dell’immagine dello sport.
Il dibattito internazionale sui cannabinoidi nello sport
Nonostante le regole attuali siano piuttosto chiare, il dibattito resta aperto. Alcuni Paesi e associazioni sportive ritengono che il divieto sul THC dovrebbe essere rivisto, soprattutto alla luce delle recenti legalizzazioni in diverse nazioni. Altri sostengono che mantenere un divieto netto sia necessario per:
- proteggere l’integrità dello sport
- evitare ambiguità normative
- garantire uniformità globale
Negli ultimi anni alcuni casi mediatici di atleti squalificati per positività al THC hanno riacceso la discussione sulla proporzionalità delle sanzioni. È probabile che nei prossimi anni assisteremo a ulteriori aggiornamenti delle linee guida, soprattutto se la ricerca scientifica continuerà a evolversi… ma riassumendo in brevissimo quanto detto finora, il quadro attuale è questo:
- Il THC è vietato in competizione secondo la WADA
- Il CBD è consentito
- I cannabinoidi sintetici sono vietati
- I prodotti contaminati possono causare squalifiche
Per un atleta professionista l’informazione è fondamentale. Usare cannabinoidi senza conoscere le regole può comportare conseguenze gravi, anche in assenza di dolo. Il CBD rappresenta oggi l’unico cannabinoide chiaramente accettato in ambito sportivo internazionale, ma deve essere utilizzato con attenzione, scegliendo prodotti certificati e verificando sempre la normativa del Paese in cui si compete.






