Cannabis light: indagini dopo l’interpretazione della Sentenza Cassazione

Cannabis light indagini e arresti mala interpretazione sentenza Cassazione

Sono tanti gli episodi di blitz, sequestri e arresti presso i cannabis shop italiani avvenuti negli ultimi mesi.

Uno di questi fatti incresciosi è successo il 26 aprile a Roma, dove due negozianti sono stati arrestati e un terzo è indagato per spaccio. Il prodotto incriminato sarebbe la resina che i titolari producevano nei negozi, dove sono state trovate panette di hashish e macchine per il sottovuoto. Secondo la polizia potrebbe trattarsi di un’attività di spaccio, ma i titolari hanno sottolineato la totale legalità dei propri prodotti, confezionati in maniera “sospetta” a detta degli inquirenti, a causa dei vuoti nella normativa sulla commercializzazione della cannabis legale e i suoi derivati.

Sempre a Roma è stato disposto il ritiro di 400 confezioni di prodotti derivati dalla canapa da un distributore automatico il quale conteneva tisane, birre, energy drink, biscotti e altri prodotti che sono stati sequestrati perché l’etichetta di questi articoli non era abbastanza specifica.

Nel mese di febbraio a un imprenditore 28enne di Civitanova erano state sequestrate ingiustamente delle infiorescenze poi riconosciute come lecite dalla Cassazione, dato che avevano un livello di THC inferiore allo 0.6%.
Un caso analogo era stato giudicato diversamente nel Maceratese, forse a causa di controlli poco accurati.
Infatti in alcuni casi, come a Roma, le forze dell’ordine non chiesero nemmeno le analisi di laboratorio o documentazioni inerenti ai prodotti in vendita.

Ma non è finita. Dopo la sentenza della Cassazione e gli accanimenti da parte della destra politica in vista delle elezioni, i blitz si sono notevolmente intensificati.

Reggio Emilia sono scattati i primi sequestri all’alba del 31 maggio. Diversi canapa shop sono stati controllati dalla squadra mobile della questura reggiana. A Hempatica, Erba del Re e Cannabis Store sono state sequestrate varie quantità di infiorescenze per provare la loro legalità e l’assenza di “efficacia drogante” dopo le analisi.

A Reggio Calabria le forze dell’ordine hanno sequestrato svariati prodotti da sottoporre alle analisi di laboratorio per verificare le percentuali di THC all’interno di essi.
Sono all’incirca 51 i cannabis shop controllati sull’intera regione Calabria e 59 i campioni sequestrati e poi inviati al Gabinetto Regionale di Polizia Scientifica e al Reparto Investigazioni Scientifiche di Messina per gli accertamenti “sull’efficacia drogante”. Nulla di nuovo per i negozianti di Reggio Calabria in questo business, dato che il 22 maggio scorso fu pubblicata, su direttiva del Ministro dell’Interno, un’iniziativa di ricognizione di tali negozi per tenere sotto controllo la legalità delle vendite.

Nel centro di Caserta, i Carabinieri, su disposizione della procura di Santa Maria Capua Vetere, hanno messo sotto sequestro e chiuso tre cannabis shop perché vendevano articoli presumibilmente in contrasto con l’articolo 2 della legge 242/16.
I militari dell’Arma hanno sequestrato infiorescenze, infusi, foglie e altri prodotti a base di marijuana, dopodiché, i proprietari sono stati denunciati in stato di libertà.

Anche a Catania, all’interno di un negozio di canapa legale, gli agenti del commissariato di Nesima hanno sequestrato numerose quantità di infiorescenze il cui valore di THC è ancora incerto. Il titolare è stato denunciato penalmente, come tanti altri, per aver confezionato la marijuana in barattoli di vetro con una descrizione poco esaustiva del prodotto.

La Guardia di Finanza di Vieste a Foggia ha sequestrato, in uno growshop affiliato con Mary Moonlight, 19 confezioni di canapa legale e denunciato il titolare dell’attività per violazione dell’articolo 73, comma 5, del DPR 309/90, ovvero per spaccio di sostanze stupefacenti.

Le dichiarazioni dei militari, che hanno sequestrato e “controllato” i prodotti, confermano che quel vuoto nella legge 242/16 crea molta confusione, dato che dietro ai prodotti era presente il riferimento a tale normativa che è rivolta solo all’ambito agroindustriale. A seconda delle interpretazioni quindi, si potrebbero considerare tutti i derivati prodotti illeciti.

Pietro Moramarco, amministratore di Mary Moonlight, ha fatto notare che la canapa importata dalla Svizzera è munita di autodichiarazioni dei produttori che sostengo di operare in conformità con le leggi italiane, e anche gli avvocati con i quali collabora confermano che nel modus operandi e nel commercio di questa tipologia di cannabis light non c’era nulla di illegale.

Anche a Urbino, i negozianti combattono a spada tratta in difesa dei propri esercizi.
Federico Cagnini, portavoce della Lega urbinate, si è infatti dichiarato a favore della chiusura dei cannabis shop, ma i commercianti ribattono:  “In queste attività non si vende sballo e la cannabis light è un prodotto che non attira una clientela giovanile, ma che si aggira intorno ai 30 anni per via delle molteplici qualità benefiche di questa pianta”.

Tutte queste “azioni preventive” delle forze dell’ordine sul territorio italiano rischiano di mandare sul lastrico centinaia di negozianti che hanno investito nel settore della cannabis light, colpevoli solo di essersi fidati delle “dichiarazioni di conformità” dei prodotti che compravano, anche dall’estero, dai coltivatori. Brunetti ha dichiarato infatti, che “così si metterebbero soltanto in difficoltà persone che lavorano e pagano le tasse, e che i problemi veri in Italia sono altri”.

Per molti casi non è ancora stato chiarito il perché determinati prodotti fossero illegali, nel frattempo queste persone sono state denunciate “preventivamente”, subendo un danno sia morale che penale.

Ancora è presto per trarre conclusioni, ma si spera che tutte queste incomprensioni vengano chiarite e che venga dato un orientamento definitivo in materia.

Da un lato infatti, le sentenze precedenti della Cassazione avevano sostenuto che la liceità della cannabis è circoscritta alle coltivazioni e ai prodotti previsti esplicitamente nella legge del 2016. La decisione del febbraio scorso va invece verso un’interpretazione più ampia, secondo cui la liceità delle infiorescenze è una conseguenza di quanto previsto dalla norma. Da ciò ne conseguirebbe anche che il prodotto ottenuto da tali coltivazione sia legale, ovviamente se non alterato in qualche modo.

In questo frangente di tempo dobbiamo continuare a combattere, a farci sentire per questa giusta causa, e a far tacere una volta per tutte la disinformazione in materia.

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