Cannabis terapeutica e ritiro della patente di guida: cosa dice la legge?

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Quando lo stato italiano ha legalizzato l’utilizzo medico della cannabis ha scordato un piccolo dettaglio, una normativa chiara e coerente che decretasse l’idoneità o meno alla guida per chi assume questo tipo di farmaco.

La maggior parte delle persone che assumono cannabis terapeutica con regolare prescrizione si trovano ora davanti ad un bivio: è possibile guidare l’automobile se si consuma cannabis per scopi terapeutici? Come funziona il rinnovo della patente per chi sceglie di seguire questo tipo di terapia?

Dare una risposta univoca a questa domanda è davvero impossibile, perché la legge non è chiara in proposito e molte testimonianze decretano comportamenti e scelte diverse da parte delle commissioni mediche che prendono decisioni in merito alla revoca/concessione della patente di guida in seguito alla prescrizione e assunzione di terapie mediche a base di cannabis.

Fatto sta che moltissime persone che scelgono di curarsi con la cannabis (un percorso già di per sé tortuoso come potete leggere in questo articolo) si trovano a dover decidere se rinunciare alla patente, correre il rischio di mettersi alla guida e venire identificati come trasgressori della legge in seguito ad un controllo o se intraprendere un percorso legale per richiedere una valutazione speciale sulla propria idoneità alla guida. La verità è che in molti, davanti a questo tipo di difficoltà si trovano costretti a rinunciare alla canapa terapy, perché molto spesso le commissioni non propongono esiti favorevoli (nemmeno con terapie dai livelli di THC bassi o moderati) e perché la patente è spesso un bene irrinunciabile per la propria indipendenza e il proprio sostentamento. Con il dolore è possibile convivere (anche se faticosamente) ma senza un lavoro e la possibilità di fare la spesa o altre faccende quotidiane no. Quindi per non rischiare il licenziamento, l’isolamento e l’incapacità di provvedere a se stessi in molti rinunciano alla propria terapia farmacologica a base di cannabis pur di non rischiare il ritiro della patente di guida e magari una denuncia da parte delle forze dell’ordine.

Cosa dice la legge italiana sulla cannabis terapeutica e la patente?

Come abbiamo detto una legge specifica che imponga il ritiro della patente per i possessori di prescrizione di cannabis terapeutica non c’è: relativamente all’argomento ci si deve riferire alle disposizioni generali del Decreto Legislativo 59/2011 (allegato III) che tratta il caso di “consumo abituale di medicinali” il quale stabilisce che “La patente di guida non deve essere né rilasciata né rinnovata al candidato o conducente che abusi o faccia uso abituale di qualsiasi medicinale o associazione di medicinali nel caso in cui la quantità assunta sia tale da avere influenza sulle abilità alla guida. La relativa valutazione della sussistenza dei requisiti di idoneità psicofisica per la guida di veicoli a motore è demandata alla Commissione medica locale”.

Questa frase indica che, nel momento del rinnovo o del rilascio della patente di guida, deve essere messa in atto una valutazione specifica delle capacità di guida del soggetto che tenga conto degli effetti intrinseci del farmaco sulle abilità psicomotorie del suddetto. È la Commissione medica locale a dover stabilire se l’utilizzo di un determinato farmaco ad un determinato dosaggio possa o meno influire negativamente sulle capacità di guida del soggetto.
La Commissione medica locale, come avviene per tutti coloro che vengono sottoposti ad un’indagine per il rilascio o rinnovo della patente, sottopone il soggetto in questione ad una valutazione di tipo generale e considera la tipologia di trattamento in corso, l’entità delle patologie che affliggono la persona, i dosaggi di cannabis terapeutici prescritti ed eventuali terapie concomitanti.
L’insieme di queste informazioni porta la Commissione a decretare se il soggetto è in possesso o meno dei requisiti di idoneità psico-fisica per mantenere o ottenere la patente.

C’è un altro tassello legislativo importante che guida la decisione delle Commissioni per il rilascio o il rinnovo della patente: si tratta del decreto Lorenzin, emanato nel 2015 che raccomanda l’astensione “dalla guida di veicoli o dallo svolgimento di lavori che richiedono allerta mentale e coordinazione fisica per almeno 24 ore dopo l’ultima somministrazione con cannabis per uso medico”.

Cosa implica questo decreto? Le parole della Lorenzin danno un tassello importante alla commissione per valutare l’idoneità o meno alla guida: se le tempistiche di somministrazione prescritte dal medico sono tali da permettere al soggetto di mettersi alla guida ad almeno 24 ore di distanza dalla somministrazione di cannabis terapeutica allora ci sarà maggiore possibilità di vedersi concessa la patente. Ma per chi ha prescrizione giornaliera di cannabis questo può essere quindi un fortissimo limite? Sì, può essere così… ma ancora una volta è la commissione a dover valutare questa cosa, tenendo presente anche il dosaggio prescritto, un dato davvero importante per inquadrare le capacità del soggetto (in quanto bassi livelli di THC nella propria cannabis terapeutica indicano un basso effetto psicotropo del farmaco).

Una decisione dettata dal caso e dal pregiudizio

Non c’è in definitiva una preclusione implicita all’idoneità alla guida per le persone il cui piano terapeutico indichi l’assunzione quotidiana di preparati a base di cannabinoidi ma solo una valutazione specifica da parte di una Commissione che applica sempre criteri generici e non standardizzati.
Il risultato? Un trattamento non omogeneo, molto spesso tarato verso il basso (poche concessioni ai guidatori che assumono cannabis terapeutica) perché solitamente ci si trova davanti un gruppo di valutatori non competenti che non vuole nemmeno prendere in considerazione la possibilità che una persona sotto l’effetto di cannabis terapeutica possa essere perfettamente in grado di guidare.

Senza ombra di dubbio appare chiaro come questo lasciare al caso (o al pregiudizio) una decisione talmente tanto importante possa essere discriminante nei confronti di chi sceglie sotto la guida di un medico di curarsi con la cannabis terapeutica e risulta chiara la necessità di una normativa ad hoc per regolare la questione

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