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Cannabis and adolescents: no brain damage, science says

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Per molti anni il dibattito sul rapporto tra cannabis e cervello degli adolescenti è stato dominato da due posizioni opposte. Da una parte chi sosteneva che la cannabis provocasse inevitabilmente danni permanenti al cervello in via di sviluppo, e dall’altra chi riteneva invece che questi rischi fossero stati enormemente esagerati. Come spesso accade quando si parla di ricerca scientifica, però, la realtà è molto meno netta…

La comunità scientifica continua a studiare il fenomeno proprio perché il quadro è complesso e influenzato da moltissime variabili: età di inizio del consumo, quantità assunta, concentrazione di THC, predisposizione genetica e molto altro possono modificare i risultati delle ricerche. Per questo motivo è importante andare oltre i titoli sensazionalistici e cercare di capire cosa dicano davvero gli studi più recenti.

Gli studi che non hanno trovato danni cerebrali evidenti

Negli ultimi anni alcune ricerche hanno contribuito a ridimensionare l’idea secondo cui il consumo di cannabis durante l’adolescenza provocherebbe inevitabilmente danni permanenti al cervello. Uno degli studi più interessanti è stato condotto nell’ambito del progetto internazionale IMAGEN, che segue migliaia di giovani europei per comprendere come fattori biologici, ambientali e comportamentali influenzino lo sviluppo del cervello.

I ricercatori hanno confrontato i giovani che avevano consumato cannabis con quelli che non ne avevano mai fatto uso. Il risultato più interessante è che non sono emerse differenze strutturali significative nel cervello attribuibili direttamente al consumo di cannabis leggero o moderato. Anche dal punto di vista delle principali funzioni cognitive, le differenze osservate sono risultate molto meno marcate di quanto ipotizzato in passato.

Questo tipo di ricerca è particolarmente interessante perché si tratta di uno studio longitudinale. In pratica, invece di osservare un gruppo di persone in un singolo momento della loro vita, gli stessi soggetti vengono seguiti per anni. Un approccio di questo tipo permette di distinguere meglio ciò che compare dopo il consumo da ciò che era già presente prima. Non è l’unico lavoro ad aver ottenuto risultati di questo genere.

Anche diverse revisioni della letteratura hanno evidenziato come molte alterazioni cerebrali descritte negli anni passati risultino meno convincenti quando vengono presi in considerazione altri fattori. Ad esempio, alcuni adolescenti che consumano cannabis fanno anche un uso più frequente di alcol, nicotina o altre sostanze. Altri possono presentare condizioni psicologiche pregresse, difficoltà scolastiche o ambienti familiari complessi.

Questo non significa che la cannabis sia completamente estranea al problema, ma rende molto difficile attribuire ogni eventuale differenza osservata esclusivamente al THC. È uno dei motivi per cui la ricerca continua a produrre risultati apparentemente contrastanti. Anche il concetto di “danno cerebrale” merita una precisazione. Molti articoli divulgativi utilizzano questa espressione come se si trattasse di un fenomeno unico, mentre gli studi distinguono aspetti molto diversi tra loro:

  • modificazioni della struttura cerebrale;
  • variazioni nell’attività di alcune aree del cervello;
  • differenze nelle prestazioni cognitive;
  • cambiamenti temporanei nelle connessioni neuronali.

Per questo motivo sarebbe scorretto affermare che “la scienza ha dimostrato che la cannabis non provoca alcun danno al cervello degli adolescenti”. La conclusione più prudente è un’altra: alcuni studi ben condotti non hanno trovato prove convincenti di alterazioni cerebrali permanenti associate a un consumo limitato o moderato di cannabis. Questo rappresenta un dato importante, ma non chiude definitivamente la questione.

Perché altri studi arrivano a conclusioni diverse?

Se una parte della ricerca invita a ridimensionare gli allarmismi, un’altra continua invece a suggerire prudenza. Negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi studi longitudinali che hanno osservato come un consumo precoce e frequente di cannabis ricca di THC possa essere associato a prestazioni inferiori in alcune funzioni cognitive, come memoria di lavoro, attenzione sostenuta e velocità di elaborazione delle informazioni. Anche in questo caso è importante scegliere bene le parole. Molti di questi studi parlano di associazione, non di causalità.

In altre parole, osservano che due fenomeni tendono a comparire insieme, ma non possono stabilire con assoluta certezza che uno sia la causa dell’altro. Facciamo un esempio. Un adolescente che consuma cannabis quotidianamente potrebbe avere anche maggiori probabilità di dormire poco, assumere alcol, fumare tabacco, vivere situazioni familiari difficili o soffrire di disturbi dell’umore non ancora diagnosticati. Separare l’effetto specifico del THC da tutti questi elementi è estremamente complicato, ed è proprio qui che nasce gran parte del dibattito scientifico.

Ciò non significa che questi studi siano meno validi. Al contrario, rappresentano un tassello fondamentale della ricerca e suggeriscono che il consumo intenso di cannabis durante una fase delicata dello sviluppo cerebrale meriti attenzione. Quello che cambia è il modo di interpretarli: oggi molti ricercatori preferiscono dire che esistono elementi sufficienti per consigliare prudenza, soprattutto quando il consumo è frequente, inizia molto presto e riguarda prodotti con concentrazioni elevate di THC. È una conclusione meno categorica, ma probabilmente più vicina a ciò che sappiamo davvero oggi.

Conta anche quanto, quando e quale cannabis si consuma

Leggendo gli studi pubblicati negli ultimi anni emerge un aspetto sul quale la maggior parte dei ricercatori sembra concordare: parlare genericamente di “cannabis” è sempre più riduttivo. Oggi esistono prodotti molto diversi tra loro, con concentrazioni di THC che possono variare enormemente. Allo stesso modo, è molto diverso parlare di un consumo sporadico durante la tarda adolescenza oppure di un utilizzo quotidiano iniziato a tredici o quattordici anni. Per questo motivo, quando si affronta il tema dei possibili effetti sul cervello, bisognerebbe considerare almeno quattro fattori fondamentali.

L’età in cui si inizia

L’adolescenza è una fase di grandi cambiamenti. Il cervello continua infatti a svilupparsi fino ai vent’anni inoltrati, soprattutto nelle aree coinvolte nella pianificazione, nel controllo degli impulsi, nell’attenzione e nella regolazione delle emozioni. È proprio questa caratteristica che spinge molti ricercatori a suggerire prudenza. Secondo diverse ricerche, iniziare a consumare cannabis molto presto potrebbe essere associato a una maggiore probabilità di osservare differenze nelle prestazioni cognitive rispetto a chi inizia in età adulta. 

La frequenza del consumo

Anche la frequenza sembra fare una differenza importante. Le ricerche che hanno osservato le associazioni più marcate con possibili alterazioni cognitive riguardano quasi sempre consumatori abituali, spesso quotidiani o quasi quotidiani. È molto più difficile trovare evidenze simili nei consumatori occasionali. Questo non significa che un utilizzo sporadico sia automaticamente privo di rischi, ma suggerisce che gli eventuali effetti sembrano aumentare con l’intensità dell’esposizione.

La concentrazione di THC

Un elemento spesso trascurato riguarda l’enorme cambiamento avvenuto negli ultimi decenni. Le varietà di cannabis disponibili oggi possono contenere concentrazioni di THC molto superiori rispetto a quelle consumate negli anni Settanta, Ottanta o Novanta. In alcuni mercati illegali si trovano facilmente prodotti con percentuali di THC superiori al 20-25%, livelli che fino a pochi decenni fa erano decisamente meno comuni. Questo rende molto difficile confrontare studi condotti in epoche diverse.

Le differenze individuali

Infine esiste un fattore che rende qualsiasi conclusione ancora più complessa: ogni cervello è diverso. Predisposizione genetica, stato di salute, qualità del sonno, alimentazione, livello di attività fisica, ambiente familiare e presenza di eventuali disturbi psicologici possono modificare profondamente il modo in cui una persona reagisce alla cannabis. Due adolescenti con abitudini apparentemente simili potrebbero quindi avere esperienze completamente diverse.

E la cannabis light?

Arrivati a questo punto è importante fare una distinzione che spesso viene trascurata nel dibattito pubblico. Quasi tutti gli studi che hanno valutato i possibili effetti della cannabis sul cervello degli adolescenti riguardano prodotti con concentrazioni medio-alte di THC, cioè il principale cannabinoide responsabile degli effetti psicotropi. Quando leggiamo che una ricerca ha osservato possibili alterazioni cognitive o un aumento del rischio di determinati problemi, nella maggior parte dei casi si parla proprio di cannabis ricca di THC.

La situazione cambia sensibilmente quando si parla di cannabis light, caratterizzata da un contenuto di THC basso e generalmente entro i limiti previsti dalla normativa, e da una presenza decisamente maggiore di CBD. Il CBD possiede caratteristiche molto diverse dal THC. Non provoca effetti psicotropi e viene studiato da anni per le sue possibili applicazioni in ambito neurologico e psichiatrico. Alcune ricerche tutt’ora in corso suggeriscono addirittura che possa attenuare alcuni effetti indesiderati del THC.

Ad oggi non esistono evidenze scientifiche comparabili che colleghino la cannabis light alle possibili controindicazioni osservate negli studi sulla cannabis ad alto contenuto di THC. Questa è una precisazione importante. Non significa che la cannabis light sia stata dimostrata innocua in qualunque circostanza o per qualsiasi fascia di popolazione. Significa semplicemente che le ricerche che hanno alimentato il dibattito sui possibili effetti cerebrali riguardano prodotti molto diversi da quelli comunemente definiti “light”.

Generalizzare i risultati ottenuti su cannabis ricca di THC a tutti i prodotti derivati dalla canapa sarebbe quindi scorretto dal punto di vista scientifico. Le evidenze disponibili invitano piuttosto a distinguere tra consumo occasionale e abituale, tra prodotti ricchi di THC e cannabis light, tra adulti e adolescenti e tra persone con caratteristiche individuali molto diverse. Ed è proprio questa capacità di distinguere le situazioni che permette oggi di interpretare correttamente ciò che la scienza ci sta dicendo.