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Il THC e le malattie psichiatriche: c’è un legame tra il consumo e la malattia?

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Il rapporto tra THC e salute mentale è diventato uno degli argomenti più discussi quando si parla di cannabis: se da una parte c’è chi sostiene che il THC sia una sostanza estremamente pericolosa per il cervello, dall’altra c’è chi ritiene che i rischi siano del tutto esagerati se non addirittura inventati. Come spesso accade, la realtà è molto più sfumata ed esistono molte domande ancora senza risposta…

Secondo le conoscenze attuali, comunque, siamo più vicini alla seconda ipotesi: il THC non “fa diventare” automaticamente una persona schizofrenica, bipolare o affetta da altri disturbi psichiatrici. Tuttavia in alcune circostanze può contribuire a favorire la comparsa di sintomi, anticipare l’esordio di una malattia già destinata a manifestarsi o peggiorare una condizione preesistente. Di seguito andremo a parlarne in maniera più approfondita.

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Il THC può causare una malattia psichiatrica?

È probabilmente la domanda più importante dell’intero argomento e al contempo quella che richiede la risposta più articolata: ad oggi non esistono prove che dimostrino che il THC sia in grado, da solo, di provocare una malattia psichiatrica in una persona completamente sana e priva di fattori di rischio. Le evidenze disponibili suggeriscono al massimo che il THC possa agire come un elemento scatenante o aggravante in soggetti che già possiedono o sono predisposti a una vulnerabilità biologica o psicologica.

Immaginiamo una persona geneticamente predisposta all’ipertensione: alimentazione scorretta, sedentarietà e stress non sono necessariamente la causa della malattia, ma possono favorirne la comparsa o accelerarne lo sviluppo. In modo analogo, il THC potrebbe rappresentare uno dei fattori che contribuiscono a far emergere un disturbo già “latente”. Ma naturalmente questo non significa che ogni consumatore di cannabis sia destinato a sviluppare problemi psichiatrici, ci mancherebbe!

Il rischio riguarda una minoranza di individui e dipende da numerose variabili, tra cui predisposizione genetica, età, frequenza di consumo e concentrazione di THC. Negli ultimi anni numerosi studi hanno osservato un’associazione tra consumo frequente di cannabis ad alto contenuto di THC e maggiore probabilità di sviluppare episodi psicotici o di anticipare l’esordio di disturbi dello spettro schizofrenico. Tuttavia, stabilire un rapporto di causa/effetto è molto più complesso e la scienza non è ancora in grado di farlo.

Un altro aspetto spesso trascurato riguarda la concentrazione di THC presente nei prodotti attualmente disponibili. Negli ultimi vent’anni la potenza media della cannabis è aumentata sensibilmente in molti mercati, soprattutto quelli illegali. Le varietà moderne possono contenere quantità di THC molto superiori rispetto a quelle consumate negli anni ‘70 o ‘80, e questo potrebbe contribuire ad aumentare il rischio di effetti indesiderati nei soggetti predisposti: buon senso e consapevolezza sono le uniche armi che abbiamo.

Chi è più a rischio controindicazioni del THC sulla salute mentale?

Se il rapporto tra THC e disturbi psichiatrici non è uguale per tutti, viene naturale chiedersi chi siano le persone che dovrebbero prestare maggiore attenzione. La prima categoria è rappresentata da chi ha una familiarità con malattie psichiatriche: avere un parente stretto che soffre di queste patologie non significa svilupparle automaticamente, certo, ma indica una predisposizione genetica. Un consumo frequente di cannabis ad alto contenuto di THC potrebbe aumentare la probabilità di manifestare sintomi o anticiparne l’esordio.

Un altro fattore importante è l’età. L’adolescenza rappresenta una fase estremamente delicata dello sviluppo cerebrale: il cervello continua infatti a maturare fino ai vent’anni inoltrati, con particolare riguardo alle aree coinvolte nel controllo degli impulsi, nella pianificazione e nella regolazione delle emozioni. Diversi studi suggeriscono che un’esposizione precoce e frequente al THC possa essere associata a un rischio maggiore di sviluppare problemi psichiatrici rispetto a un consumo iniziato in età adulta.

E anche la frequenza di consumo gioca un ruolo importante. Consumare cannabis occasionalmente non comporta lo stesso livello di rischio di un utilizzo quotidiano o quasi quotidiano. Le ricerche mostrano infatti che il rischio tende ad aumentare con la frequenza d’uso e con l’impiego di prodotti ad altissima concentrazione di THC. È uno dei motivi per cui molti esperti invitano alla prudenza soprattutto nei confronti di estratti, concentrati e prodotti estremamente potenti.

Insomma, entrano in gioco numerosi fattori che potremmo (semplificando) ridurre così:

  • predisposizione genetica;
  • stato emotivo;
  • esperienza con la sostanza;
  • ambiente in cui avviene il consumo;
  • presenza di altre sostanze o farmaci.

Per questo motivo è impossibile stabilire una soglia universale di sicurezza valida per tutti. Una buona regola è ascoltare il proprio corpo e non sottovalutare eventuali segnali di disagio. Se il consumo di cannabis provoca regolarmente ansia intensa, paranoia, confusione o alterazioni del pensiero, è consigliabile interromperne l’uso e parlarne con un professionista.

Cannabis terapeutica e disturbi psichiatrici: quando può essere utile?

Dopo aver parlato dei possibili rischi del THC sulla salute mentale, è naturale chiedersi come mai la cannabis venga utilizzata anche in medicina. Non è una contraddizione? In realtà no, perché parlare genericamente di “cannabis” è spesso fuorviante. La pianta contiene oltre cento fitocannabinoidi diversi, ciascuno con caratteristiche proprie. I due più conosciuti sono il THC e il CBD, che hanno effetti molto differenti sull’organismo e sul sistema nervoso. Il THC è invece il principale composto psicoattivo della cannabis.

È responsabile degli effetti euforizzanti della pianta, ma possiede anche importanti proprietà terapeutiche. Viene impiegato, ad esempio, per alleviare il dolore cronico resistente ad altre terapie, ridurre la spasticità nella sclerosi multipla, stimolare l’appetito nei pazienti affetti da cachessia e controllare nausea e vomito provocati dalla chemioterapia. Il CBD, invece, non provoca alterazioni dello stato di coscienza ed è stato oggetto di numerose ricerche per il suo possibile ruolo nel trattamento di alcune condizioni neurologiche e psichiatriche.

Proprio questa differenza è fondamentale quando si affronta il tema della salute mentale. Negli ultimi anni diversi studi hanno valutato il possibile impiego del CBD in disturbi come ansia, disturbo post-traumatico da stress (PTSD), disturbi del sonno e, più recentemente, anche come supporto in alcune forme di psicosi. I risultati sono interessanti, ma ancora insufficienti per considerare il CBD una terapia consolidata nella maggior parte delle patologie psichiatriche: per saperne di più dovremmo aspettare ancora qualche anno.

Anche il THC è stato studiato in alcuni contesti specifici, ma il suo utilizzo richiede particolare cautela proprio per il rischio di peggiorare alcuni sintomi nei soggetti predisposti. È importante sottolineare un concetto: la cannabis terapeutica non viene prescritta per “curare” genericamente le malattie psichiatriche. Quando viene impiegata, lo fa all’interno di percorsi clinici ben definiti e dopo un’attenta valutazione del rapporto tra benefici e rischi. Ogni paziente viene considerato singolarmente, tenendo conto della sua storia.

Come consumare il THC in modo consapevole

In buona sostanza, chi soffre di un disturbo psichiatrico già diagnosticato o ha avuto episodi di psicosi, dovrebbe evitare l’automedicazione con cannabis e confrontarsi sempre con uno specialista. Lo stesso vale per chi ha una forte familiarità con schizofrenia o disturbo bipolare. È importante prestare attenzione anche ai segnali che il proprio organismo invia. Se il consumo provoca regolarmente:

  • forte ansia;
  • attacchi di panico;
  • pensieri paranoici;
  • confusione mentale;
  • alterazioni percettive particolarmente intense;

Non è consigliabile continuare a utilizzarla nella speranza che “ci si abitui”. In questi casi è opportuno interrompere l’assunzione e chiedere un parere medico. Naturalmente esiste anche una differenza sostanziale tra uso ricreativo e uso terapeutico. Quando la cannabis viene prescritta a scopo medico, il paziente segue un percorso controllato, con dosaggi definiti, prodotti standardizzati e monitoraggio clinico.

Questo approccio è molto diverso dal consumo autonomo di prodotti di provenienza sconosciuta o con concentrazioni di THC imprevedibili. Infine, è bene ricordare che il THC non agisce allo stesso modo in tutti gli individui. Età, patrimonio genetico, stato di salute, farmaci assunti e persino il momento psicologico possono modificare sensibilmente l’esperienza. Per questo motivo non esiste una risposta valida per tutti.

La scelta più prudente è sempre quella di informarsi, evitare gli eccessi e non sottovalutare eventuali segnali di disagio. Familiarità, età adolescenziale, frequenza di consumo e concentrazione di THC sono tra i fattori che meritano maggiore attenzione. Questo però non significa che la cannabis debba essere demonizzata. La stessa pianta contiene cannabinoidi molto diversi tra loro, e alcuni sono oggi oggetto di ricerche promettenti.

Come accade per molte sostanze che agiscono sul sistema nervoso centrale, il punto non è stabilire se siano “buone” o “cattive” in assoluto: la realtà non è mai così banale e manichea. L’importante è comprenderne i benefici, i limiti e le possibili controindicazioni. Consumare THC in modo consapevole significa proprio questo. E l’informazione, ancora una volta, rimane lo strumento più efficace per fare scelte davvero responsabili.